Racconto a tema erotico
 

DULCINEA


Vedi, mia cara D, non scriverò in spagnolo, ma tu capirai. In fondo devi solo ricordare.
Vorrei che tu ricordassi quel pomeriggio, quando ti ho scostato piano i capelli e la tua sciarpa sapeva di fumo e metropolitana mentre infilavo il naso tra il tuo lobo delicato e l’angolo preciso della mandibola.
Eri venuta a prendermi all’aeroporto da sola, il mio vecchio amico (ovvero tuo novello sposo) non c’era; si scusava: un impegno improvviso, sarebbe tornato presto.
Non c’eravamo più rivisti da quando lui aveva lasciato la Danimarca. Sapevo che la sua nuova vita l’aveva cambiato.
In anticamera ti ho chiesto di spogliarti e sederti a terra, parlavo in un castigliano stentato e tu l’hai fatto, per sfidarmi.
I nostri corpi vicini, indovinando i reciproci contorni, non si toccavano, solo le tue ciocche nere mi s’impigliavano alle ciglia: aprendo gli occhi ho detto che avrei desiderato ascoltarti godere, che mai avevo sentito modulare dei gemiti come i tuoi, volevo farteli sgorgare dalla gola. E riflesso nello specchio ho guardato il nostro incastro perfetto, la mia bocca sul tuo collo lungo, il tuo mento appoggiato alla mia spalla. Ti ho sdraiata su un fianco, ho percorso con la lingua il sentiero sconnesso delle tue vertebre, la curva dei tuoi lombi, e m’è sembrato di assaporare il gusto rosazzurro del tuo sangue un attimo prima di calare nella dolce fessura tra le tue natiche. Tra le tue gambe inquiete ti ho baciata. Spiavo la tua bocca semiaperta, il fremito delle tue narici. E ti sapevo spaventata. Allora ti ho dato tregua e ti ho assaggiato i seni, i capezzoli erano tesi come nervature di foglie giovani, ho sentito il loro gusto di fiori aciduli, di ninfea, di lago, l’ho mischiato nella bocca a quello dei tuoi umori.
Non avevo immaginato tu avessi dei seni così simili ai miei. Mentre tu non avresti mai potuto immaginare che i miei baci fossero tanto simili ai suoi. Ma io, amica, avevo avuto i suoi baci prima di te.
Prima di mettere te al centro del suo mondo, aveva messo la sua fronte sul mio grembo.

Talvolta ripenso all’esitazione brutale dei suoi occhi aperti sui miei, e insieme immagino gli spasmi di tenera azione del suo sesso nel tuo. Mentre galleggio verso casa rido della nostra tragedia mancata e della vostra commedia sbagliata. Della mia costanza ridicola, della tua incostante fedeltà.
E celebro il mio trionfo: rivedo il piacere scivolare dall’arco teso del tuo mento, rivedo me stessa mentre ti facevo mia, mentre facevo mia una cosa ch’era solo sua.
Lui resta il mio Amleto mancato, il tuo don Chisciotte disilluso. E io mi domando se questo sia l’epilogo.


 

Laura Merletti

 

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